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Per la "fase 2" anche un sostegno psicologico a ex pazienti e familiari

29/04/2020

Il servizio della Psicologia Ospedaliera dell’ULSS 8 Berica.

Entrare nella “fase 2” significa anche iniziare a gestire le pesanti conseguenze dell’emergenza sanitaria non solo sul piano economico e sociale, ma anche psicologico, e questo soprattutto per chi l’ha vissuta in prima persona come malato ricoverato in ospedale o familiare di qualcuno che ha contratto il virus. Per questo motivo, l’ULSS 8 Berica mette in campo anche un supporto psicologico per ex pazienti e loro familiari che ne dovessero avere bisogno, attraverso il servizio di Psicologia Ospedaliera che già si occupa anche dell’assistenza ai pazienti ricoverati e soprattutto al personale sanitario che si è trovato a combattere a lungo in prima linea questa difficile emergenza.

L’accesso al servizio avviene attraverso contatto telefonico (tel. 0444 753783 dal lunedì al venerdì, dalle 9.00 alle 13.00) e l’intervento successivo può svolgersi tramite videochiamata o accesso diretto se necessario. «Soprattutto nel caso di chi è stato ricoverato in ospedale, in particolare in terapia intensiva - spiega la dott.ssa Renata Ferrari, psicoterapeuta che opera all’interno del Servizio - si tratta di affrontare un recupero non solo sul piano fisico, ma anche psicologico, dopo avere convissuto a lungo con la costante paura per la propria incolumità e una condizione di isolamento dagli affetti più cari. Spesso possono emergere in questi pazienti difficoltà a gestire le emozioni e a rapportarsi con gli affetti ritrovati, disorientamento e sensazione di fragilità, paura di riammalarsi e ricordi traumatici. Tutte queste reazioni sono normali conseguenze di un trauma psicologico e i familiari possono rilevare comportamenti caratterizzati da apatia, disturbi del sonno, variazioni di umore e perdita di interesse per le persone o le attività svolte in precedenza. Non è rara la presenza di incubi oppure immagini o pensieri ricorrenti legati ad episodi traumatici vissuti durante il ricovero».

Il rischio è quello che si manifesti un vero e proprio Disturbo Post-Traumatico da Stress, come spiega la dott.ssa Rossana Celegato, anche lei psicoterapeuta che opera all’interno della Psicologia Ospedaliera al San Bortolo: «La ricerca scientifica ci dice che questo spesso si manifesta, in assenza di trattamento tempestivo, proprio nella fase post-dimissione, ovvero quando le difese si allentano e la fatica psicofisica si fa maggiormente sentire. Tale disagio può colpire sia il malato che i familiari che hanno assistito impotenti alla sofferenza e al percorso difficile del proprio caro, ma anche per gli operatori sanitari coinvolti. Tutto questo rappresenta una reazione normale ad una situazione che, purtroppo, è stata tutt’altro che normale».

Di qui l’offerta di un supporto per quanti si riconoscano, almeno in parte, nella condizione descritta: «Per chi ha vissuto queste esperienze- concludono la dott.ssa Ferrari e la dott.ssa Celegato, coadiuvate da altri colleghi dell’Ospedale e del Territorio-, è importante riconoscere tempestivamente i primi segnali di disagio e quindi chiedere aiuto. La Psicologia Ospedaliera del nostro ospedale, che opera in collaborazione anche con il Dipartimento di Salute Mentale, dispone di psicoterapeuti specificamente formati nell’elaborazione delle esperienze traumatiche. Esiste la possibilità di intervenire, attraverso specifici programmi di psicologia dell’emergenza, scientificamente testati e raccomandati dalle linee guida internazionali, che aiutano a ridurre significativamente il disagio emotivo in tempi rapidi e, al contempo, permettono di prevenire la comparsa di problematiche psicopatologiche più marcate».

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